Smaltimento rifiuti: piccolo è bello. E vince il Nord.

I comuni di grandi dimensioni spendono mediamente di più, ma anche la latitudine si fa sentire: al Sud la spesa media è del 27% più alta.

Quanto influiscono dimensione e localizzazione geografica di un Comune sulla spesa per raccolta e smaltimento dei rifiuti? Uno studio dell’Associazione Openpolis su un campione di enti locali rivela risultati in parte sorprendenti.

L’analisi è stata condotta in termini di spesa annuale pro-capite. Ovvero a quanto ammonta, per ogni cittadino residente, la spesa media che l’amministrazione sostiene per finanziare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

I dati di finanza pubblica di riferimento sono i consuntivi 2013: gli ultimi disponibili, in formato aperto e standardizzato, sul sito del Ministero dell’Interno.

La variabile dimensionale gioca un ruolo centrale e, in parte, inaspettato: ci si potrebbe aspettare che i grandi centri urbani, grazie a più efficienti economie di scala, che permettono di “spalmare” i costi fissi su una platea più ampia,  abbattano la spesa media (e quindi la bolletta) per ogni cittadino residente.

L’analisi del campione smentisce tale aspettativa: nelle città con più di 500mila abitanti (si sono analizzati i casi di Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli, Palermo) la spesa media pro-capite sostenuta nel 2013 ammonta a 227 euro. Nei centri urbani compresi tra i 60mila e gli 80mila abitanti (Savona, Varese, Grosseto, Viterbo, Caserta, Matera) la spesa pro-capite ammonta a 194 euro, mentre più virtuose sembrano essere le amministrazioni di dimensione medio-piccola (tra i 5mila e i 10mila abitanti: Cavour, Garlasco, Bassano Romano, Campagnano di Roma, Ozieri, Amalfi) che “caricano” i contribuenti con la spesa più bassa: 177 euro.

                                         dimensione

Trattasi dunque di un’anomalia o di una dinamica normale nei grandi agglomerati? Da un lato, certamente, le aree vaste dei grandi centri vedono una concentrazione maggiore di attività economica e, pertanto, di indotto industriale. Diversi studi (tra i quali quelli dell’Ocse) tendono ad evidenziare come nelle aree metropolitane sia concentrata una quota consistente (oltre il 50%) del PIL globale. Nel contesto Ue, addirittura, oltre due terzi del PIL sono generati nelle regioni metropolitane.

Si può azzardare una prima spiegazione: sul totale dei volumi pro-capite da smaltire, la quota di materiali “complessi” è verosimilmente maggiore nelle grandi aree metropolitane rispetto ai contesti medio-piccoli, laddove l’attività industriale “pesante” lascia il passo a tessuti produttivi di stampo artigianale e dimensionalmente ridotti.

Inoltre, se l’aggravio di spesa nei grandi centri comporta automaticamente bollette più salate, il livello medio dei redditi pro-capite negli stessi centri – più alto rispetto ai territori periferici – implica un livello di consumi pro capite maggiore, dunque più rifiuti prodotti e una maggiore spesa corrente pro capite per la gestione degli impianti di stoccaggio e smaltimento. In valore assoluto, quindi, gli abitanti dei grandi centri spendono di più, ma in termini reali (ovvero prendendo in considerazione anche il livello medio dei redditi), l’impatto reale delle bollette non sembra effettivamente molto più elevato. 

I risultati dell’analisi a campione si fanno più significativi se si analizza l’effetto della localizzazione geografica sulla spesa media pro-capite. Distribuendo gli stessi comuni utilizzati per l’analisi “dimensionale” in base alla latitudine (Nord – Centro – Sud), si nota come i centri del Nord siano mediamente i più virtuosi, con una spesa media di 177 euro pro-capite, a fronte dei 186 del Centro e dei 242 del Sud. In termini percentuali, i comuni del Meridione sostengono una spesa pro-capite il 27% più alta rispetto ai comuni del Nord.

                                      latitudine

In questo caso, la strutturazione del campione ha reso possibile distribuire i comuni equamente, in modo tale che per ogni fascia longitudinale vi fossero centri urbani di tutte le dimensioni. Dunque, le differenze di spesa pro-capite per lo smaltimento dei rifiuti, in questo caso, sono forse determinate da variabili di altra natura che affondano, probabilmente, le proprie radici in approcci differenti alla gestione dei servizi pubblici locali.

*NOTA METODOLOGICA: per quantificare con precisione la spesa pro-capite media nel 2013, si è calcolata la popolazione media, nell’anno 2013, per i comuni oggetto di analisi, utilizzando il database Istat sulla popolazione residente.


Dl Cultura: finanziamenti a pioggia, poco turnover e zero trasparenza.

Nel trienno 2012-2014 diminuiscono i finanziamenti agli enti culturali. Riammesso al contributo l’88% degli istituti finanziati nel triennio precedente.

Cinque milioni e 430mila euro per 103 enti. Sono queste le cifre, nascoste tra le pieghe del Dl Cultura, messe a disposizione nell’arco del triennio 2012-2014 per sostenere fondazioni, enti e associazioni di varia natura attivi nella tutela e conservazione del patrimonio artistico-culturale del Paese. Un bilancio in contrazione rispetto ai 6,5 milioni assegnati nel triennio precedente.

A parte la tempesta che ha investito le finanze pubbliche dell’europeriferia negli ultimi anni, la riduzione dei contributi sembrerebbe motivata anche da un cambio di rotta in merito alla strategia di fondo su cui basare l’assegnazione dei finanziamenti. Lo riferiva in Commissione il Senatore Andrea Marcucci nell’aprile 2012, allorché notava che il Ministero, sulla scorta delle indicazioni fornite dalla stessa Commissione nel lontano 2009, sembrava aver tentato di concentrare maggiormente i contributi su organizzazioni caratterizzate da un’effettiva rilevanza nazionale. Risultato: 18 enti in meno ammessi ai contributi rispetto ai 121 promossi nella tornata 2009-2011.

Se, però, l’obiettivo doveva essere quello di concentrare sui più meritevoli le scarse risorse a disposizione, l’analisi delle tabelle pubblicate dai questori del Senato mostra che tale premialità non sembra pienamente conseguita. Il contributo medio pro-capite era infatti pari a 54mila euro nel triennio 2009-2011, e si riduce a 52mila euro nei tre anni successivi. Peraltro, dalla comparazione delle tabelle emerge uno “zoccolo duro” di istituti che vengono riconfermati di triennio in triennio. Sono infatti 91 quelli che, già ammessi al contributo 2009-2011, sono stati reinseriti per i tre anni successivi: l’88% dei vecchi vincitori.

Sarebbe lecito aspettarsi che questo gruppo, riconfermato (in teoria) sulla scorta di criteri più meritocratici rispetto al passato, goda oggi di stanziamenti maggiori. Così non è: mediamente, i riconfermati hanno “sofferto” una decurtazione pari al 9% rispetto al triennio precedente. In questo gruppo di “resistenti” perdono in molti, ma c’è anche chi vince. E’ questo il caso dell’Istituto Gramsci, che passa dai 150mila euro accordati nel bilancio 2009-2011 ai 190mila del 2012-2014, del Gabinetto Viesseux (da 40mila a 70mila euro), della Fondazione Giorgio Cini (da 110mila a 140mila euro), della Fondazione Luigi Einaudi (da 180mila a 190mila euro). Complessivamente, i riconfermati hanno ricevuto, nel triennio 2012-2014, 522mila euro in meno rispetto al triennio precedente (5,07 contro 5,52 milioni).

Sono in totale 23 gli istituti che hanno invece migliorato la propria performance (con un saldo positivo mediamente pari a 13.500mila euro), mentre hanno perso di più (20.500 euro per la precisione) i 37 “loser” della classifica che si sono visti decurtare i contributi. Andando nel dettaglio, particolarmente negativo è il bilancio dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, che perde ben 140 mila euro e si assesta a quota 50mila, o dell’Accademia della Crusca, che passa da 190mila a 90mila euro (l’istituto toscano gode già, per legge, di finanziamenti pubblici che si sono però ridotti negli ultimi anni, mettendo a rischio la sostenibilità dei bilanci).

L’inceppamento del meccanismo premiale sembrerebbe dimostrato anche dal fatto che i 12 nuovi istituti ammessi al contributo hanno ricevuto, sempre in media, quasi 30mila euro, molto meno dei 55mila incassati dallo “zoccolo duro” dei 91 riconfermati. Insomma, nonostante gli apprezzamenti del Senatore Marcucci, i numeri sembrano smentire un cambio radicale di strategia da parte del Governo nell’assegnazione dei contributi. Non a caso, Marcucci auspicava per il futuro un’accentuazione dei meccanismi premiali/sanzionatori che permettesse una distribuzione più efficiente delle risorse.

Attualmente, la nuova commissione ministeriale incaricata di vagliare le domande di ammissione sta valutando i profili di ciascun richiedente.

Aspetto non secondario concerne la trasparenza delle istituzioni beneficiarie: la stragrande maggioranza degli istituti selezionati non pubblica i bilanci sul proprio sito internet. Solo 13 enti su 103 lo fanno e risultano essere i più virtuosi sul piano della trasparenza amministrativa. Di questi, tutti tranne uno hanno chiuso l’ultimo conto economico in attivo o in pareggio. Tre enti, invece, non hanno nemmeno un sito internet. Dal momento che conditio sine qua non per essere ammessi al contributo è presentare il bilancio alla commissione valutatrice, forse non sarebbe eccessivamente peregrino prevederne anche la pubblicazione obbligatoria, a contributo accordato, sul sito internet di ciascuna organizzazione.

Analizzando la distribuzione geografica dei finanziamenti, salta infine all’occhio la forte disparità tra Meridione e Centro-Nord: l’Italia centrale la fa da padrona, con 53 enti finanziati (3milioni 100mila euro in tutto); a seguire il Nord, con 1 milione e 920mila euro distribuiti tra 40 istituti, mentre il Sud rimane a guardare con soli 10 enti e 410mila euro. Anche la suddivisione su base regionale mostra forti sperequazioni: da solo, il Lazio vanta 30 istituti (per un totale pari a 1 milione e 915mila euro); a seguire la Toscana, con 19 enti e un milione di euro. A guidare la classifica per il Meridione è la Campania, con 7 enti finanziati per un controvalore di 290mila euro, ma poi al Sud è buio pesto: Puglia e Sicilia sommano insieme solo 3 enti  e 130mila euro. Anche chi richiedesse un’equa suddivisione geografica avrebbe ottime ragioni.

               contributi nord centro sud


Abbiamo davanti un decennio (o forse più) di populismo?

La galoppata dei partiti nazionalisti anti-Europa è il sintomo di una crisi temporanea della politica europea o denota un cambiamento strutturale nella composizione degli elettorati? Si potrà mai tornare alla tradizionale contrapposizione tra un centrosinistra di derivazione socialista e democratica e un centrodestra popolare liberale? Oppure la nuova polarizzazione tra forze populiste e forze riformiste-riformatrici sarà la cifra della politica europea del prossimo decennio? In che misura la crisi del centrodestra italiano è da ascriversi in questa mutazione degli elettorati europei piuttosto che nella fine di un ciclo politico che sembra ormai tramontato per sempre con lo sbiadirsi della leadership berlusconiana?
Rispondere a queste domande sembrerebbe una mission impossible, ma secondo me si può provare ad abbozzare una risposta.
Innanzitutto, un piccolo passo indietro, iper-sintetico, per riassumere il passato recente. La crisi che stiamo attualmente vivendo ha una doppia derivazione: il primo atto vede in scena lo scoppio della bolla finanziaria negli Stati Uniti, risalente al 2007, con conseguente propagazione in Europa. Il secondo atto ha inizio nel 2010 con la rivelazione dell’imbroglio greco sui conti pubblici: la Grecia, si viene a sapere, ha truccato le stime sul deficit e sul debito; ha bisogno di assistenza esterna per onorare i propri impegni con i creditori esteri; vengono attuate misure drastiche di risanamento come contropartita alla concessione delle linee di credito della “Troika”. Intanto la crisi si propaga agli altri paesi dell’Europa meridionale che hanno finanze in difficoltà. Non c’è un imminente pericolo di sostenibilità dei debiti pubblici ma si teme che – qualora la Grecia scelga di uscire dall’Euro – altri paesi come l’Italia vogliano seguirla per tornare alle monete nazionali e alle svalutazioni competitive, segnando la fine dell’incompiuto progetto europeo. In quest’ottica, le misure di risanamento messe in atto dal governo Monti hanno la funzione di dare un segnale indiretto agli investitori esteri: se il Parlamento vara in fretta le principali riforme di risanamento finanziario (pensioni, deficit, etc), ciò indica che non c’è una volontà politica di uscire dall’Euro e dall’Europa. Se così fosse, infatti, non ci sarebbe bisogno di fare le suddette riforme.
Lo stesso vale per la Spagna, il Portogallo, in parte l’Irlanda.
Torniamo ora alle recenti europee, dove i partiti (eufemisticamente) euroscettici guadagnano tanti seggi al Parlamento quanti mai ne ebbero in precedenza: è la risposta dell’elettorato agli establishment politici nazionali ed europei che hanno imposto il risanamento dei conti e duri processi di riforma degli apparati pubblici e della legislazione sul lavoro.
Con grande probabilità, quindi, servirà una grande coalizione tra socialdemocratici e popolari al Parlamento europeo per poter battere le forze anti euro e gli estremismi.
Questa realtà conferma quanto sta già accadendo in altri paesi Europei già da tempo: in Germania con la “Grosse Koalition”, e in Italia con il governo di larghe intese, forze “opposte” si uniscono per trovare risposte condivise e spartirsi il peso delle riforme. In Francia il nuovo governo Hollande fatica a riformare l’apparato pubblico e (recentemente ma forse troppo tardi) nomina Valls primo ministro, una sorta di Renzi francofono che tuttavia non riesce a fare dei socialisti una forza trasversale in grado di domare le spinte nazionaliste. Il risultato è il boom di Le Pen.
In Inghilterra Cameron vara anch’egli riforme che incidono sulla spesa pubblica finalizzate a ridurre la tassazione sulle imprese e paga con un grande successo dell’Ukip, il partito indipendentista capeggiato dall’urlatore Nigel Farage, che sale al 27% dei consensi e diventa la prima forza del Paese spodestando conservatori e laburisti.
In Italia, Spagna, Grecia e Portogallo (un tempo chiamati PIGS) le forze populiste mantengono posizioni forti ma non riescono tuttavia a scardinare i partiti “tradizionali”. Questo è, tra l’altro, un dato da non sottovalutare dal momento che proprio in questi paesi i processi di riforma stanno iniziando a dare qualche risultato, specie per quanto riguarda il recupero di competitività o margini di manovra sui conti pubblici. L’elettorato, evidentemente, ha in parte capito la lezione ed è meno insensibile di quanto si pensasse ai temi del risanamento e delle riforme “strutturali”.
La direzione però sembra segnata: le distanze tra sinistra moderata e destra moderata, a livello europeo, si riducono. I due poli tradizionali sono in crisi di identità e non riescono più a presidiare gli elettorati che storicamente li hanno sostenuti, specie quando si discute di politica economica. Anche negli Stati Uniti Barack Obama ha messo in campo una politica economica molto più moderata di quanto la sinistra “liberal” richiedeva, coadiuvato da un atteggiamento ultraespansivo della Federal Reserve che, da noi, la Bce non ha potuto mettere in campo.
Sostanzialmente, è oramai solo il tema dei diritti a contraddistinguere i due schieramenti tradizionali: matrimoni gay, adozioni gay, testamento biologico, fecondazione assistita, immigrazione, eutanasia.
C’è quindi un’aggregazione ideologica che il sociologo Anthony Giddens prevedeva già vent’anni fa nel suo saggio “Oltre la destra e la sinistra”.
Ma è naturale che a un’aggregazione corrisponda la nascita di un polo antagonista. E se – al netto dei temi “etici” – la contrapposizione tra destra e sinistra è sempre più anacronistica, come potrebbe in futuro evolversi la dialettica politica europea?
Io penso che il duello tra populisti antieuro e partiti tradizionali dominerà la politica continentale fino al momento in cui il processo di integrazione e la nascita degli Stati Uniti d’Europa non saranno alle spalle.
Si tratta ormai di una lotta all’ultimo sangue tra forze che accettano la sfida della globalizzazione e forze che vogliono mettersi al riparo dalla concorrenza internazionale. Negli Stati Uniti non c’è questo problema perchè gli Stati Uniti sono già una potenza proiettata all’estero, ma possiamo dire lo stesso dell’Europa? No, perché il Vecchio Continente è ancora vittima di un mercato interno non pienamente sviluppato, di un settore dei servizi che in ogni paese ha la sua regolamentazione e la sua rete di resistenze corporative. La governance europea è ancora largamente incompresa dall’elettorato, i sistemi pubblici sono estremamente diversificati e in questo quadro la libertà di movimento dei capitali non comporta benefici reali (oggi) perché i capitali affluiscono verso i paesi a maggiore produttività aggravando gli squilibri macroeconomici.
C’è poi una dimensione più globale: le aziende sono sottoposte a una concorrenza spietata proveniente dalle catene di produzione di valore extra-europee, e la legislazione sul lavoro – ma tutto l’organismo europeo nel suo complesso – non è ancora pronta a flessibilizzare i processi di produzione in modo sufficientemente rapido da assorbire gli shock che provengono da mercati molto più grandi e rispetto ai quali le singole aziende non hanno alcuna chance di competere, se rimangono ancorate alle rigidità che un tempo erano sostenibili ma che oggi, con l’apertura delle frontiere, sono del tutto controproducenti.
La rapidità con cui le informazioni viaggiano da un capo all’altro del mondo, la massa critica che i mercati in via di sviluppo possono opporre, rendono necessario un totale ripensamento del modo di fare industria e di allocare i fattori della produzione (il lavoro con i suoi skill sopra ogni cosa), ma soprattutto richiedono una crescente capacità di riadattamento e riposizionamento strategico. Serve una fluidità totale che si contrappone alla staticità di sistemi industriali ereditati dal primo boom economico degli anni ’50-’60, un’apertura mentale che faccia del cittadino un attore attivo sempre pronto a captare nuove informazioni e a ripiazzarsi, un imprenditore di se stesso, un pioniere in grado di capire dove tira il vento e issare la vela giusta.
E’ certamente una sfida che fa paura, ed è su questa paura che proliferano i populismi. E’ una sfida che i singoli paesi, singolarmente, non possono vincere se non si specializzano. Semplicemente, non esistono più piccoli paesi e piccole economie in grado di eccellere senza inserirsi in un ben preciso ingranaggio della catena internazionale del valore. Tutti i piccoli paesi che vanno per sè, oggi, sono poveri, ad eccetto del compatto gruppo mitteleuropeo che beneficia del flusso netto di capitali in cerca di un “porto sicuro”, e del tasso di cambio reale sottovalutato, garantito dalla scarsa competitività dei paesi del Sud.
Per ogni paese europeo, quindi, l’unico modo di affrontare questa sfida è quello di fare un patto con i propri vicini e decidere in che modo fare massa critica specializzandosi, facendo dell’Europa una fabbrica competitiva che sceglie razionalmente cosa produrre e a che prezzo.
Quanto siamo lontani da questo scenario? Tanto. Quanti anni serviranno perchè si raggiuga questo obiettivo, considerando che l’Europa non ha nemmeno in comune le reti infrastrutturali? Basterà un decennio? Ed è possibile che quella polarizzazione della politica (riformatori vs no global) diventi la matrice del dibattito quotidiano?
Dite la vostra!


Le balle dei complottisti su Bankitalia e i punti oscuri della riforma

Non ci è voluto un grandissimo lavoro e nemmeno tantissimo tempo per leggere lo Statuto della Banca d’Italia e il decreto-legge 133/2013, poi convertito – con modifiche – durante una scazzottata degna di Bud Spencer alla Camera dei Deputati.

Ma è stato un tempo ben speso, e molti articoli pubblicati in questi giorni mi hanno permesso di avere un’idea molto più chiara della portata reale di questa controversa riforma, discussa non per i suoi punti deboli ma perché quando si parla di “banche” la capacità critica del popolo regredisce al livello degli scarafaggi, il sangue va alla testa e tutti iniziano ad ululare.

Andiamo con ordine. E’ opinione comune che la rivalutazione delle quote di Bankitalia equivalga a un regalo di 7,5 miliardi agli istituti di credito e ai vari enti economici (privati) che sono oggi azionisti di Via Nazionale. Innanzituto dobbiamo capire che cosa significa “rivalutazione”. Partiamo dall’inizio. Nel 1936 viene varata una importante riforma bancaria e il capitale della Banca viene fissato agli attuali 156.000 euro. Ovviamente, una cifra puramente simbolica dato che con 156mila euro oggi ci si compra, se va bene, un garage nel centro storico. Dunque un team di esperti ha portato il valore a 7,5 miliardi. Tecnicamente, una banca centrale non ha un valore commerciale dal momento che non è un’impresa, la cui funzione è quella di produrre utili, bensì un’istituzione che ha il compito di regolare il funzionamento delle banche in un dato paese. Nonostante ciò, anche la Banca d’Italia produce utili. Sono principalmente i cosiddetti utili “da signoraggio”, ovvero derivanti dall’attività principale di una banca centrale: l’emissione di moneta. Molto semplicisticamente, se io emetto moneta, quando fabbrico una banconota da 100 euro sostengo un costo per acquistare la carta, per imprimere la filigrana e così via. Questo costo di produzione lo incasso e diventa il mio utile da signoraggio, un termine tante volte abusato dai complottisti da quattro lire, ma questo è un altro discorso.

Cosa ci fa la Banca d’Italia con i suoi utili? Con il nuovo Statuto, li devolve per il 40% alle riserve, fino a un ammontare equivalente al 6% del capitale (450 milioni, il 6% di 7,5 miliardi) agli azionisti, il resto lo gira allo Stato. Con il vecchio statuto, la Banca poteva pagare agli azionisti dividendi fino al 10% del capitale (di 156mila euro, quindi 15600 euro di dividendi), più il 4% delle riserve. Le riserve accumulate nel tempo (quelle da cui si può attingere per remunerare gli azionisti) ammontano oggi a circa 15 miliardi di euro, dunque con il vecchio Statuto la Banca avrebbe potuto devolvere fino al 4% di tale importo alle banche private, ovvero circa 600 milioni di euro. Nella prassi, dal momento che l’avverbio “finodelimita un tetto massimo e non una soglia rigida, il board ha scelto di pagare in media lo 0,5% di tale importo. Nel 2012 sono stati distribuiti a tale titolo circa 70 milioni di euro a fronte dei 600milioni teoricamente possibili. 

Con il nuovo statuto è sparito ogni riferimento alla possibile distribuzione di una quota di riserve pari al 4% del totale, ed è stato limitato al 6% del capitale (che, rivalutato, vale sette miliardi e mezzo) l’utile massimo da distribuire.  Come nel caso delle riserve (distribuite nei fatti fino allo 0,5% a fronte di un limite legale del 4%), non c’è motivo di pensare che, in futuro, verrà distribuito un dividendo del 6%. Nei fatti, con il nuovo decreto si è messo un limite più basso del precedente: 450 milioni contro 600.

Ciò che può stupire è che quanto pagare di dividendi sia un atto puramente discrezionale dei piani alti di Bankitalia. Un tipico bizantinismo all’italiana. Forse, per silenziare qualche urlatore, sarebbe meglio prevedere un vincolo rigido. Magari proprio allo 0,5% delle riserve. Si potrebbe addirittura annullare il pagamento di dividendi, dal momento che non c’è una vera e propria ragione per cui le banche private debbano percepire (anche se pochissimi) soldi derivanti dal signoraggio. Si tratterebbe di una modifica dello Statuto a costo zero per l’intero sistema economico, ma che zittirebbe tanti che parlano a sproposito dimenticandosi, tra l’altro, che la Banca d’Italia è una delle (poche) istituzioni che funzionano veramente bene, che godono di una alta reputazione anche all’estero grazie a decenni di gloriosa storia alle spalle e di illustri figure provenienti da Via Nazionale che hanno dominato il pensiero economico a livello mondiale.

In ogni caso, a cosa si appigliano i complottisti d’accatto? Le argomentazioni principali sono:

a) la rivalutazione del capitale è stata fatta liquidando agli azionisti soldi pubblici per 7,5 miliardi.

Balle. La rivalutazione è stata fatta spostando dei soldi dalle riserve al capitale sociale. Non c’è stato quindi nessun travaso dalle casse pubbliche (dalle nostre tasche, quindi) alle banche. Questo spostamento di capitali interno alla Banca d’Italia ha rivalutato il capitale. E dal momento che le banche (private) sono azionisti della banca, ora possono iscrivere nei loro bilanci lo stesso numero di quote che avevano prima, ma a un valore molto più elevato. Unicredit, ad esempio, prima della rivalutazione possedeva 66.342 quote che valevano in totale circa 34mila euro. Oggi le stesse quote valgono circa un miliardo e 600 milioni di euro. Questo per Unicredit è un vantaggio patrimoniale perchè arricchisce l’istituto, lo rafforza di fronte ai regolamenti europei (non entro nel dettaglio), e lo rende più solido e in grado di finanziare l’economia reale.

b) hanno privatizzato la Banca d’Italia.

Anche questa è una balla: la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, ma da quando le banche sono state privatizzate, negli anni ’90, quelli che prima erano azionisti pubblici sono diventati poi azionisti privati. Ma da Statuto non hanno alcun potere di controllo sull’istituzione: è dunque una proprietà virtuale che non si estrinseca in un controllo reale.

c) il passaggio di 7,5 miliardi dalle riserve al capitale sociale, frutto della rivalutazione, comporta un minor introito per lo Stato, dunque un danno erariale e dunque un danno per le tasche dei contribuenti.

Non è vero: quei famosi 7,5 miliardi non saranno attinti dall’ammontare che la Banca gira allo Stato, ma dalle riserve che sono inerti, ovvero non vengono utilizzate ma rimangono lì, ferme, inutilizzate (come l’oro, le riserve di valuta estera, etc).

d) investitori esteri potrebbero mettere le mani su Bankitalia.

Falso: nella prima versione del decreto, è vero, si prevedeva che le quote potessero essere acquistate anche da istituti non aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia. Con la conversione in legge si è sanata questa assurdità, e solo enti italiani potranno scambiarsi le quote dell’istituto.

Ma qui c’è un problema: quello della negoziazione delle quote. Già, perchè la legge stabilisce che gli azionisti possano detenere al massimo il 3% del capitale e che debbano mettere sul mercato tutto il resto.  Oggi Unicredit possiede il 22,1%, Intesa il 30,3%, ad esempio. Dovranno quindi vendere le quote eccedenti. A fronte di questa cessione (ai prezzi post-rivalutazione, quindi a prezzi molto più alti), incasseranno dei capitali che potranno spendere come meglio credono (magari finanziando qualche impresa, che non fa male). Ma perché qualcuno dovrebbe acquistare da Unicredit e Intesa, che insieme posseggono il 52% di Via Nazionale, le quote che la legge impone loro di cedere? E’ semplice: di solito una persona acquista delle azioni (o quote) perché prevede che queste ultime possano rivalutarsi in futuro rivelandosi un buon investimento. Ora (e qui sta la parte indigesta), se il Direttorio e il Consiglio superiore di Bankitalia decidessero di remunerare gli investitori fino al tetto massimo del 6%, sarebbe effettivamente un ottimo affare per chiunque acquistare queste quote dagli attuali azionisti: sono titoli privi di rischio che però frutterebbero interessi molto elevati (il 6%). Ma siccome l’istituto non pagherà mai così tanto (ma si terrà probabilmente intorno allo 0,5% che storicamente è stato liquidato) chi mai comprerà queste quote? Facendo un calcolo grossolano, però, si può fare una prima deduzione: nel 2012 Bankitalia ha pagato circa 70 milioni di euro agli azionisti. Oggi il capitale vale 7,5 miliardi. Questo significa che il rendimento di questo capitale, se Via Nazionale deciderà di pagare, in futuro, cifre vicine ai 70 milioni del 2012, sarà intorno all’1%. Più o meno quello che rendevano i bund tedeschi un po’ di tempo fa, quando tutti li volevano perchè erano titoli privi di rischio. Uno scenario verosimile. Qualora fosse Bankitalia a riacquistare le quote eccedenti per rimetterle sul mercato (la legge appena varata prevede questa possibilità) allora si assisterebbe a un esborso di parte delle riserve da parte dell’istituto per riacquistare delle quote che poi rimetterebbe sul mercato. Secondo i critici rischiando di non rivenderle al prezzo di acquisto (perdendo quindi una parte delle riserve che andrebbero, come il regolamento stabilisce, reintegrate accantonando una quota degli utili) perchè tali quote porterebbero con sè “promesse” di rendimenti futuri (dividendi) troppo basse. Allora Via Nazionale potrebbe decidere di aumentare i dividendi per rendere le quote più “ghiotte” agli investitori, comportando però una perdita in termini di minori utili devoluti al Tesoro (ma, e a questa domanda non so rispondere, c’è la possibilità-probabilità che Bankitalia attinga dalle riserve per pagare questi dividendi e non dalla quota di utile da liquidare al Tesoro? leggere a tal proposito l’aggiornamento sottostante, pubblicato dopo il lancio del comunicato raggiungibile dal link) Questo è l’unico rischio dell’operazione, ma è un rischio molto teorico ed è assolutamente presto per tirare le somme. Bisognerà aspettare del tempo per vedere se sarà necessario il riacquisto delle quote da parte di Bankitalia (entro 36 mesi le banche devono alienarle), e se queste ultime avranno effettivamente un mercato.

((Aggiornamento importante, 4 febbraio)) con questo comunicato stampa Bankitalia fa notare che l’eventuale pagamento di dividendi maggiorati rispetto agli anni passati sarà compensato da una innovazione statutaria, che prevede il pagamento del rendimento delle riserve allo Stato. Le riserve, come ogni capitale, hanno un rendimento (dal momento che vengono investite). Questo rendimento fino ad oggi veniva riversato nelle riserve stesse, che così si autoalimentavano. Da oggi verrà invece devoluto al Tesoro, compensando l’eventualità di maggiori dividendi pagati agli azionisti. 

Cosa succederà ora? Semplice: la rivalutazione delle quote che le banche detengono farà sì che queste ultime pagheranno una tassa allo Stato del 12% sulla plusvalenza: prima il capitale valeva 156mila euro, ora 7,5 miliardi. La differenza è di 7.499.844.000. Le banche pagheranno il 12% di questa somma al Tesoro, ovvero circa 900 milioni di euro. Con questa tassa lo Stato finanzierà in parte l’abolizione dell’Imu.

La cosa assurda non è tanto l’operazione in sè, ma il fine: tutto questo casino per star dietro ai capricci di Berlusconi per una tassa che, sotto altro nome, torneremo a pagare da quest’anno.
E’ una stranezza (anche se, in questo caso, priva di rischi sostanziali) utilizzare un’istituzione per far cassa, e se siamo arrivati a questo punto significa che abbiamo proprio raschiato il fondo del barile. Ma da qui a considerarlo un regalo alle banche ce ne passa.

Una cosa, però, non l’ho capita, leggendo lo Statuto. Si stabilisce prima che le banche che detengano quote superiori al 3% non percepiranno dividendi sulla quota eccedente (oltre a non avere diritto di voto in Assemblea per la stessa eccedenza), ma nelle norme transitorie si è deliberato che, pur sterilizzando il voto per la parte in eccesso, continueranno a percepire gli utili anche per la quota oltre il 3%. Non ne vedo il motivo: non sarebbe stato meglio accantonare questi fondi per ristorare le riserve dalle quali si è attinto per la rivalutazione? In tempi di grilli impazziti sarebbe stato politicamente intelligente.

AGGIORNAMENTO: nel frattempo la manovra economica varata dal nuovo governo Renzi ha aumentato l’imposizione fiscale sulla rivalutazione, fino a un miliardo e ottocento milioni (per un’aliquota effettiva del 24%) per finanziare gli 80 euro di detrazioni Irpef. E il 23 maggio la Commissione europea ha dato il via libera alla manovra di rivalutazione(ANSA) – BRUXELLES, 23 MAG – Via libera della Commissione Ue alla rivalutazione delle quote detenute dalle banche in Bankitalia. Antoine Colombani, portavoce del commissario alla concorrenza Joaquin Almunia, ha reso noto che Bruxelles “non investigherà” sulla questione nell’ambito del campo di applicazione delle regole sugli aiuti di Stato.


E’ il declino della competitività, stupido!

Uno degli argomenti “forti” del trio di moschettieri antieuro Bagnai – Borghi – Rinaldi è che l’Italia, con l’€, si è legata a un regime di cambi fissi che la penalizza, in quanto la conversione Lira-Euro fu fissata a valori troppo elevati che rallentano le nostre esportazioni.

Guardate voi stessi:

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E’ evidente che il saldo della bilancia commerciale risale solo negli anni in cui l’Italia esce dallo SME per poi iniziare, gradualmente, a deteriorarsi, a partire dall’ingresso tecnico nell’euro.
L’avanzo commerciale italiano si era ridotto prima del ’92, mentre si riprese per effetto della svalutazione della Lira. L’avanzo degli ultimi anni è dovuto non tanto a un aumento delle esportazioni bensì alla contrazione della domanda aggregata (che per i no-euro sarebbe stata raggiunta, in Italia, con la svalutazione salariale, per consentire il rimborso del debito privato ai creditori del nord).
I tre moschettieri antieuro argomentano che uscendo dall’euro potremmo riprenderci il cambio che più si confà al nostro sistema produttivo e accollano al regime di cambi fissi la perdita di quote di mercato estero dei nostri beni, con conseguente aumento della disoccupazione.
Il problema è che il noto declino della produttività e della competitività avrebbe COMUNQUE condotto a un declino dell’economia italiana, qualunque fosse il livello di cambi fissi al momento dell’ingresso nell’Euro.
L’economia, infatti, è una dimensione dinamica e non statica, come invece la vogliono dipingere gli anti-euro. Certo, si può supplire al declino della competitività con la svalutazione della moneta, ma chi abbia un minimo di sale in zucca capisce che nel regime della globalizzazione, dove ci si trova a competere con economie grandi che producono vagonate di beni di qualità relativamente bassa, la mossa vincente è puntare sui settori ad alto valore aggiunto investendo nella produzione ad alta intensità di capitale e manodopera qualificata. E questo si può fare solo varando le riforme strutturali, non manovrando il tasso di cambio, che può essere una panacea temporanea ma non certo una soluzione strutturale.
Quando i tre antieuro dicono che la svalutazione salariale è servita a ripagare i creditori del Nord, fanno finta di non ricordare che la svalutazione interna non è necessariamente un gioco sadico per comprimere la qualità della vita dei lavoratori, ma diventa necessaria per rimettere in linea la crescita dei salari con la crescita della produttività, che in Italia è stagnante da due decenni mentre i salari hanno continuato a crescere. Come in Grecia, dove però il trend si è invertito a partire dal 2010, e come in Spagna, paese che grazie alle riforme strutturali sta riattraendo investimenti esteri, soprattutto nel settore dell’industria automobilistica e metalmeccanica.


I tre moschettieri antieuro hanno ragione: la moneta unica incentiva la corruzione!

Ammetto che, ripensandoci, devo dare ragione all’economista Alberto Bagnai (e quindi, indirettamente, anche ai suoi amici Rinaldi e Borghi), sulla correlazione tra moneta unica e aumento della corruzione. C’è poco da fare, è vero: l’Euro l’ha fatta aumentare. Vedremo se in Lettonia, tra qualche anno, si osserveranno livelli di corruzione più o meno alti di quelli attuali.
In effetti, Bagnai ha pubblicato un grafico in cui dimostra come alcuni paesi africani, che hanno accordi di cambi fissi (come l’Euro) abbiano maggiori livelli di corruzione.
In economia si chiama correlazione, e non identifica in alcun modo un nesso causale: in sintesi, una correlazione mostra che a un fenomeno A si accompagna un altro fenomeno B. Ma non dice se il fenomeno A è causa del fenomeno B.
Per scoprirlo, bisogna fare altri calcoli che un economista dovrebbe, in teoria, saper fare. Aspetto da Bagnai che li faccia e li pubblichi per dimostrarci inconfutabilmente che la correlazione tra moneta unica e corruzione nasconde anche un nesso causale.
In ogni caso, io sono d’accordo con lui! Incredibile? Niente affatto.
In effetti, la corruzione è un fenomeno che riduce l’efficienza di un mercato (o di un ente, di un’istituzione, etc), perchè distorce la capacità del mercato (o delle istituzioni) di allocare i fattori in modo ottimale.
E cosa fa una moneta unica? Cosa ha fatto l’Euro? Copre una quota dell’inefficienza dei mercati e delle pubbliche amministrazioni di un paese. L’euro, come noto, ha per anni incentivato cattive gestioni degli apparati perchè tali apparati pubblici si finanziavano a deficit a tassi bassissimi. Come in Grecia. Si tratta del notissimo “dividendo dell’euro”.
Questi tassi bassi non sono stati sfruttati per fare investimenti pubblici strategici, produttivi, ma per rifocillare gli amici degli amici. Basta pensare all’università pubblica. Ce ne sono alcune, nel centro Italia, dove insegna certa gente…che a Giannino non gli si può fare certo una colpa se non ha la laurea! Anzi, forse diventa quasi un merito!
Tornando alla corruzione, quest’ultima è stata realmente incentivata dall’€, che è stato una coperta sempre abbastanza lunga da permettere, tutto sommato, di mantenere conti pubblici sostenibili nonostante il porcile che si manifestava ad ogni livello delle P.a.
Quindi è evidente che si debba uscire dall’€! E’ colpevole di falsa testimonianza! In compenso, i responsabili dello sfascio lasciamoli a spasso…


Borghi, Bagnai, Rinaldi, dov’è il resto del vostro programma?

Gli economisti Claudio Borghi, Antonio Maria Rinaldi, Alberto Bagnai, come sappiamo, vogliono risolvere i problemi del Paese uscendo dall’Euro e “riprendendo le chiavi di casa” con il ritorno alla sovranità monetaria. Ovviamente, in quanto economisti con una visione a 360 gradi dei problemi del Paese, avranno sicuramente nel cassetto tantissime altre ricette che, insieme al ritorno alla Lira, riporteranno il Belpaese all’età dell’oro. Però, fino ad ora, hanno svelato solamente la parte del loro “programma” di riforma del sistema che concerne l’abbandono dell’eurosistema.

Ho grandissimo rispetto per il mestiere dell’economista. Ne ho talmente tanto che sono ansioso di conoscere il loro piano di riforme a 360 gradi. Perchè, ovviamente, nessun economista degno di tale nome penserebbe mai che basti tornare alla Lira per risolvere tutti i problemi della nostra amatissima patria. Borghi, Bagnai e Rinaldi avranno quindi una visione generale e completa di come si faccia a rimettere in piedi il Paese. Sarebbe bello se ci mettessero al corrente di quale idea di Italia hanno in testa, di come immaginano l’Italia tra un decennio.

Ad esempio, vorrei sapere cosa pensano di fare per:

– Migliorare l’efficienza della Pubblica Amministrazione

– Ridurre la pressione fiscale (ovviamente non pensano che basti monetizzare tutto il fabbisogno, sono economisti e non penserebbero mai una baggianata simile!)

– Riformare il codice del lavoro anche rispetto alla rappresentanza sindacale nei consigli di amministrazione

– Migliorare il sistema scolastico e universitario (sono grandi Professori, chi meglio di loro può spiegarcelo?)

– Combattere il fenomeno della corruzione

– Risolvere il problema della non autosufficienza italiana in materia energetica

– Incentivare l’ingrandimento delle nostre aziende, mediamente troppo piccole per fare ricerca e sviluppo e per fare economia di scala, troppo dipendenti dal credito bancario, aiutare i distretti ad essere più competitivi, etc etc.

– Accrescere la competitività e trasparenza dei mercati con liberalizzazioni, lotta a monopoli ed oligopoli, etc

– Risolvere il problema delle aziende municipalizzate, spesso parcheggi di politici trombati, che costano 23 miliardi di euro l’anno e generano deficit che vanno ripianati dal pubblico e dalle tasse dei contribuenti.

– Riformare, soprattutto, il sistema delle autonomie locali, il cosiddetto federalismo fiscale, che nella versione italiana imbastardita ha moltiplicato i centri di spesa facendo lievitare la pressione fiscale deresponsabilizzando i decisori locali.

– Riformare il sistema istituzionale.

– Riformare il finanziamento ai partiti.

– Definire una politica industriale degna di tale nome, che a detta di tutti manca, in Italia, da almeno trent’anni.

Per ora penso che queste domande siano sufficienti. Noi tutti (compresi i seguaci del trio), ci aspettiamo risposte esaustive e convincenti. Per esaustive e convincenti non intendo un post da tremila battute, ma intendo almeno una pubblicazione di svariate pagine per ciascuno dei punti che ho evidenziato. Insomma, fatece vedè che filosofia c’è alla base del vostro piano di rilancio del paese. Attendiamo fiduciosi!